Per secoli i banchi di ostrica piatta europea (Ostrea edulis) sono stati tra gli habitat costieri più diffusi nei fondali del Mediterraneo. Già in epoca romana questi molluschi venivano consumati e allevati: le cronache dell’epoca descrivono i primi impianti di ostricoltura. Crescendo l’una sull’altra, le ostriche costruiscono vere e proprie strutture tridimensionali, che fanno molto per l’ecosistema: offrono rifugio e superfici su cui insediarsi a tante altre specie, filtrano enormi quantità di acqua migliorandone la qualità e trattengono carbonio nelle loro conchiglie. Nell’ultimo secolo questi banchi sono quasi scomparsi dal Mediterraneo e dall’Atlantico europeo, a causa della pesca intensiva, delle malattie e del degrado degli ambienti costieri dovuto alle attività umane. Oggi l’ostrica piatta è una specie prioritaria per il ripristino ambientale in tutta Europa, e il suo recupero è uno degli obiettivi delle strategie europee per la biodiversità (fig.1).

Figura 1. Ostriche piatte in ambiente
Una buona notizia, e una lacuna da colmare
Nel Golfo di La Spezia l’ostrica piatta è ancora presente, anche se non forma più veri e propri habitat. Non ci sono banchi: gli individui vivono per lo più isolati, attaccati a corde, catene e relitti a pochi metri di profondità. Di questa popolazione sappiamo ancora pochissimo. Quanti giovani si insediano nel corso dell’anno? Con quale velocità crescono? Quanti sopravvivono? Come reagiscono alle condizioni della baia e ai cambiamenti delle stagioni? Senza queste risposte, un progetto di ripristino parte da ipotesi invece che da misure e non ha modo di valutare i propri risultati.
Il progetto
Il progetto di ricerca e dottorato è nato proprio per colmare questa lacuna. Finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e ideato da ENEA in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca, il progetto si posiziona e contribuisce alle attività di Smart Bay Santa Teresa. L’idea di fondo è semplice: prima di intervenire su un habitat, bisogna capire come funzionano gli organismi che lo costruiscono. Il lavoro di ricerca, condotto dalla dottoranda Erica Gabrielli, si è articolato in quattro obiettivi:
- Conoscere la popolazione del Golfo. Seguiamo l’insediamento dei giovani, la crescita, la sopravvivenza e lo stato di salute degli adulti.
- Capire come reagiscono al caldo. Un esperimento condotto in condizioni controllate sul ostriche di schiudoio sarde, che ha affiancato le misure fisiologiche all’analisi dei geni che si attivano o si spengono quando gli adulti sono esposti a temperature elevate.
- Studiare la conchiglia. Sono state analizzate la conchiglia e la matrice organica che ne guida la costruzione, un aspetto ancora poco conosciuto in questa specie, che determina le proprietà del materiale di cui è fatto l’habitat, sia su ostriche del liguri, del Golfo, che sarde.
- Confrontare ostriche selvatiche e ostriche di schiuditoio. A livello molecolare, vogliamo capire se l’origine e la storia di allevamento lascino un segno nel modo in cui l’animale costruisce la propria conchiglia, confrontando ostriche del Golfo con quelle sarde.
Perché è importante per la baia
Il ripristino di un habitat come questo può seguire due strade, e il progetto le ha considerate entrambe. La prima è sostenere il reclutamento naturale, cioè la capacità della popolazione già presente di rinnovarsi (fig.2). Sapere quando e dove i giovani si insediano, quanto velocemente crescono e quanti sopravvivono permette di capire se le ostriche del Golfo possono rigenerarsi da sole, una volta che trovano un substrato adatto su cui stabilirsi. La seconda è l’introduzione di individui prodotti in schiuditoio, su cui si basa gran parte degli interventi di ripopolamento nel Mediterraneo. In questo caso è fondamentale capire se gli animali allevati siano equiparabili a quelli selvatici e se costruiscano la stessa conchiglia, grazia alla collaborazione con i colleghi di IMC. I dati raccolti dialogano direttamente con gli altri progetti attivi nella baia. L’Osservatorio sottomarino Smart Bay Santa Teresa misura in continuo i parametri fisici e chimici degli stessi siti in cui la popolazione è monitorata, e questo ci permette di leggere le risposte biologiche alla luce delle condizioni ambientali reali. I progetti Muscoli ed Ostriche per la Rigenerazione della Baia e Rigenerare la Baia attraverso soluzioni circolari e basate sulla natura hanno invece posizionato in mare strutture e reef realizzati con approcci circolari, con l’obiettivo di favorire il ripopolamento delle specie autoctone, ostrica piatta compresa. Le misure di insediamento, crescita e sopravvivenza raccolte sulle strutture naturali sono il termine di paragone per valutare come le nuove strutture vengono colonizzate.

Figura 2. Cestelli utilizzati per l’ostricoltura nel Golfo di La Spezia adattati per gli studi sperimentali
Collaborazioni
Le attività sperimentali sono state svolte presso il Centro di ricerca ENEA Santa Teresa e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, con il sostegno di una rete di collaborazioni nazionali e internazionali:
- la Cooperativa Mitilicoltori Associati della Spezia ha contribuito alle attività di campo nell’area della molluschicoltura;
- la Fondazione IMC di Oristano ha fornito supporto per lo studio della popolazione allevata in schiuditoio;
- l’Università di St Andrews (Regno Unito) e l’Université de Bourgogne Europe (Digione, Francia), dove vengono condotte le analisi molecolari (fig.3).

Figura 3. Preparazione dei campioni di ostriche per le analisi molecolari
Progetto realizzato nell’ambito dell’Ecosistema dell’Innovazione RAISE, finanziato dall’Unione Europea – NextGenerationEU, attraverso il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) nel quadro del PNRR (Missione 4, Componente 2, Investimento 1.5 – Project code: ECS00000035) e nell’ambito del National Biodiversity Future Centre (NBFC) finanziato dall’Unione Europea – NextGenerationEU, attraverso il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) nel quadro del PNRR (Missione 4, Componente 2, Investimento 1.4 – Project code: CN00000033)
